Una vita dentro le crepe
C'è un gesto che ritorna nel lavoro di Giuseppe Scianna: avvicinarsi. Non nel senso fisico soltanto — sebbene le sue immagini abbiano quasi sempre la temperatura corporea di chi si è seduto accanto, di chi ha aspettato — ma nel senso di un'intenzione precisa, quasi etica, di non guardare da fuori.
Il suo strumento è invece l'empatia — intesa come pratica concreta, come mimesi con il soggetto, come capacità di abitare un tempo e un ritmo che non sono i propri finché non lo diventano.
I suoi progetti nascono lentamente. Richiedono mesi, spesso anni. Richiedono il ritorno, la presenza ripetuta, la familiarità che si costruisce soltanto con la pazienza. È questa lentezza a produrre immagini che non assomigliano a istantanee rubate, ma a memorie condivise — fotografie che sembrano essere state fatte da qualcuno che c'era già, prima ancora di alzare la macchina.
Eppure dentro quella lentezza, Scianna sa aspettare l'attimo esatto: un bambino che si lancia nel vuoto sopra le rocce laviche, il corpo teso e libero contro il cielo di Sicilia. Una suora in bianco con la croce rossa sul petto che guarda lontano in un parcheggio ai piedi dell'Etna, e dietro di lei le altre, indistinte. Una bambina che ride di una risata fisica, piena, irresistibile — stretta tra le braccia di sua madre. Sono immagini che tengono insieme il tempo sospeso e il tempo esploso: l'immobilità e la scintilla.
La sua urgenza narrativa non è quella della notizia, ma quella di chi ha incontrato qualcosa di vero e non riesce a non dirlo.
Quello che rimane, guardando le sue fotografie, è una strana sensazione di familiarità. Come se quelle persone le conoscessimo già. Come se anche noi fossimo stati lì, in quel pomeriggio, su quella roccia, in quell'abbraccio."